Andata e Ritorno - Parte 4

scritto da sergiomis
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Ecco l'ultima parte. Buona lettura e fatemi sapere ...
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Testo: Andata e Ritorno - Parte 4
di sergiomis

44

Le cose non andarono proprio come le premesse avrebbero potuto far immaginare e bisogna dire che, vento a parte, la responsabilità va ascritta tutta a Vittorio. Diletta, incolpevole e innocente, fece la sua parte meglio che poté mentre lui patì il peso di tutte le sue consapevolezze. L’ascesa verso Superga con la funicolare fu così un supplizio di cigolii e sguardi sfuggenti. Chiusi in quel guscio di legno e ferro che puzzava di grasso lubrificante, Vittorio e Diletta parevano due congiurati che temono di essere ascoltati dai sedili stessi.

Arrivati in cima, il vento li accolse con una sventagliata che per poco non spedì il cappello di Vittorio direttamente nel Po. Lui lo riafferrò al volo con un gesto scomposto, guadagnandosi un’occhiata divertita da una coppia di vecchietti che parevano lì apposta per fare la guardia al decoro pubblico.

«Bello, eh?» disse lui, indicando la città con un vago gesto della mano, tanto per dire qualcosa che non fosse un bollettino meteorologico.

«Bello,» rispose Diletta, che però lottava con una ciocca di capelli finita dritto in bocca. «Però si gela. Mia madre dice che a Superga l’aria è pulita, ma si è dimenticata di dire quanto sia gelida.»

Camminarono lungo il muretto del piazzale. Il silenzio tra loro era diventato un terzo incomodo, ingombrante come un baule in un corridoio stretto. Vittorio sentiva il peso della propria impostura; ogni volta che lei lo guardava con un briciolo di tenerezza, lui si sentiva come un falsario che sta per spacciare una banconota da mille lire disegnata a matita.

«Rusca,» disse lei improvvisamente, fermandosi davanti a una colonna del pronao, «lei ha l’aria di uno che sta per chiedere scusa di esistere.»

Vittorio deglutì. La gola gli sembrava piena di sabbia del Lago di Como. «È solo che... a volte la felicità mi fa l'effetto del mal di mare. Mi sembra che non mi appartenga.»

Diletta fece un passo avanti. Non c'era musica di violini, solo il fischio del vento tra le pietre e l'odore vago di incenso che usciva dalla Basilica. «Allora smetta di pensarci. La prenda e basta.»

Vittorio, preso dal panico e da un improvviso impeto di dignità residua, si chinò. Il bacio non fu un’opera d’arte. Fu un incontro umido e frettoloso, complicato dal fatto che l’ala del cappello di lui andò a sbattere contro la fronte di lei con un colpetto secco.

«Ahi,» mormorò Diletta, ma senza smettere di sorridere.

«Scusi... il cappello...» balbettò Vittorio, sentendosi un cretino di proporzioni monumentali.

«Non chieda scusa, Rusca. È stato il primo bacio "con l'elmo" della mia vita.»

Si guardarono per un istante, entrambi rossi come peperoni, mentre un gruppo di seminaristi sfilava a pochi metri da loro parlando di teologia morale a voce troppo alta. L'incantesimo, se mai c'era stato, si era trasformato in una complicità buffa, molto più simile a una marachella che a uno slancio d’amore.

Si riavviarono verso la stazione della funicolare, camminando vicini ma senza toccarsi, come se il contatto fisico potesse far scattare un allarme in tutta la provincia. Vittorio sentiva il cuore battere forte, ma non era il battito del romantico; era quello del ladro che ha appena infilato in tasca un gioiello e ora deve capire come portarlo fuori dal negozio senza farsi beccare.

Sulla via del ritorno, seduti di nuovo nel vagone cigolante, Diletta gli sfiorò la mano con la sua, appena un tocco. «Sabato prossimo, Rusca, niente Basilica. Magari un cinema, dove il buio aiuta a gestire meglio il cappello.»

Vittorio annuì, incapace di articolare un suono. Pensò a Bellano, a Iride, alla biblioteca comunale e a tutta quella recita che stava diventando una prigione. Poi guardò Diletta e si chiese se, per un bacio così maldestro, valesse la pena di rischiare anche la galera.

45

Nello studio che era stato di Eraldo, la penombra del tardo pomeriggio faticava a nascondere il disordine della scrivania, ma in compenso offriva un ottimo paravento alla vanagloria di Evaristo Caimi. Il quale, convinto di trovarsi nel bel mezzo di un’indagine contabile di importanza internazionale, sfogliava i registri del ’32 con l'aria di chi sta per svelare il terzo segreto di Fatima.

In realtà, il Caimi stava soprattutto cercando di decidere se gli donasse di più la posa da detective o quella da protettore della vedova indifesa. Optò per una via di mezzo: sopracciglia aggrottate e mento sporgente.

Fu in quel momento che Iride entrò, senza bussare, portando con sé un vassoio con due tazzine di caffè che tremavano appena. Non portava più il velo nero; si era concessa una camicetta di seta grigio perla che, sotto la luce della lampada a petrolio, pareva brillare di luce propria.

«Sempre al lavoro, signor Caimi? Mi sento quasi un’egoista a lasciarla qui, tra queste carte così brutte e piene di numeri cattivi.»

Il Caimi si raddrizzò, facendo scrocchiare le vertebre con una solennità che avrebbe voluto essere atletica e risultò invece vagamente preoccupante. «Brutte, signora Iride? Per un occhio profano, forse. Ma per me questi numeri parlano. Raccontano storie. Certo, sono storie che richiedono un uomo di polso per essere domate.»

Iride si avvicinò, posando il vassoio proprio accanto al faldone dei sospetti. Si chinò leggermente per servire il caffè, lasciando che il profumo di violetta facesse a pugni con quello della carta vecchia. Il Caimi, colpito al cuore (e non solo) da quell’improvviso accorciamento delle distanze, dimenticò istantaneamente il significato della parola "ammanco".

«Lei è così forte...» sospirò Iride, guardandolo dal basso in alto. «A volte, guardandola seduto al posto di Eraldo, mi dimentico che lei è qui solo per i conti. Mi sento protetta, capisce? Come se tutto il peso di questa casa non fosse più solo sulle mie spalle.»

Fece una pausa, una di quelle pause millimetriche che Amabile le aveva insegnato tra un punto a croce e l’altro. Poi, come se un pensiero le fosse sfuggito di bocca prima di poterlo fermare, mormorò: «Grazie di esserci... Evaristo.»

Il nome cadde nello studio con la leggerezza di una piuma e il peso di un’ancora. Il Caimi si sentì investito da una carica elettrica che partì dai calli dei piedi per arrivare dritto al ciuffo brillantinato. Evaristo. Detto così, con quella "o" finale che pareva una carezza.

«Ma... signora Iride...» balbettò lui, cercando di darsi un contegno mentre il petto si gonfiava fino a far gemere i bottoni del panciotto.

«Oh, mi scusi!» s’affrettò a dire lei, portandosi una mano alla bocca con un gesto di finta confusione. «Che sciocca... mi è scappato. Non avrei dovuto. È il clima di questi giorni, la solitudine... lei mi è diventato così caro che il titolo mi sembrava una barriera troppo fredda.»

Il Caimi, ormai ridotto allo stato di un budino appena sfornato, le prese la mano. La sua intenzione era di fare il galante, ma l’effetto fu quello di un polpo che ghermisce una seppia. «Non si scusi, Iride. Se posso chiamarla così... Evaristo è un nome che, sulle sue labbra, acquista un suono che non gli avevo mai sentito. Dimentichiamo i titoli. Siamo amici, no? Anzi, qualcosa di più.»

Dalla cucina, il rumore del macinacaffè di Amabile si interruppe bruscamente. La vecchia, ferma sulla soglia invisibile del corridoio, aveva sentito tutto. Un mezzo sorriso, di quelli che si riservano alle trappole per topi che scattano al primo colpo, le increspò le rughe intorno agli occhi.

Iride abbassò lo sguardo, arrossendo con una precisione cinematografica. «Sì, Evaristo. Qualcosa di più.»

Il Caimi si sentì il re del lago. Era convinto di aver appena conquistato la fortezza Scannagatti usando solo il suo irresistibile carisma maschile. Non si accorgeva, il povero babbeo, che Iride stava già mentalmente calcolando quanto gli sarebbe costato rifare il bagno al piano di sopra, e che Amabile stava decidendo se il banchetto di nozze dovesse includere o meno il persico in carpione.

Il cappio non era di corda, era di seta grigio perla. Ed era già perfettamente annodato.


46


La domenica successiva, Torino si era svegliata sotto una cappa di nuvole basse che rendevano i portici ancora più protettivi e le strade un palcoscenico di riflessi grigi. In via dell'Ospedale, il pranzo domenicale procedeva con un ritmo che a Vittorio pareva quello di un’istruttoria giudiziaria, nonostante il profumo rassicurante del brasato al Barolo.
Erminia, seduta a capotavola con la dignità di un alto magistrato, aveva osservato Vittorio e Diletta per tutta la durata degli antipasti con un silenzio che sapeva di strategia. Solo quando Augusto Onorato ebbe finito di lamentarsi della scarsa qualità della carta delle nuove gazzette, lei decise che era giunto il momento di muovere la prima pedina.
«Sa, Rusca,» esordì Erminia, versando un filo d’olio sui cardi con una lentezza studiata, «stavo pensando a come passa il tempo. Mio marito dice sempre che i documenti, se non sono ben catalogati fin da subito, finiscono per diventare carta straccia. Ed è un peccato, perché a volte dietro un nome c'è una storia che meriterebbe un riguardo diverso.»
Augusto Onorato si schiarì la voce, intuendo che il terreno si stava facendo scivoloso. Diletta, dal canto suo, abbassò lo sguardo sulla sua fetta di carne, cercando una via d'uscita tra i granelli di pepe.
Vittorio sentì il colletto della camicia farsi improvvisamente troppo stretto. «La precisione è una virtù rara, signora Erminia.»
«È una necessità, Rusca. Soprattutto quando le passeggiate domenicali iniziano a diventare un'abitudine. Vede, un impegno è un po' come un indice dei libri di Augusto: se la prima voce è scritta con una grafia incerta, tutto il resto del volume rischia di non avere senso. E noi a Torino, lo sa, amiamo che ogni cosa sia al suo posto, per evitare di dover poi correggere i margini a matita.»
Il silenzio che seguì fu interrotto solo dal rumore della forchetta di Augusto che grattava il piatto. Era un avvertimento in piena regola, servito tra un boccone e l'altro con la grazia implacabile delle donne di Torino. Vittorio capì che il tempo della "conoscenza disinteressata" stava scadendo; Erminia stava chiedendo di vedere il biglietto di quel "viaggiatore argentino" che stava portando sua figlia a spasso per le basiliche.
«Mamma, per favore...» mormorò Diletta, con una nota di supplica.
«Ma io parlo in generale, figlia mia! Mi piace conversare col signor Rusca, che essendo uomo di mondo saprà certamente che certe cose hanno un peso. Ma guarda che ora si è fatta! Non volevate andare al cinematografo, voi due? Augusto, non vedi che il signor Rusca ha fretta di far vedere a Diletta quella pellicola di cui parlavano tutti?»
Augusto, che non vedeva l’ora di ritirarsi nella sua poltrona con la gazzetta, annuì con un vigore sospetto. «Sì, sì! Il cinema! Ottima idea. L'aria chiusa fa bene alla riflessione, dicono.»
Benedetti da una Erminia che sorrideva come chi ha appena piazzato una mina antiuomo sul sentiero del nemico, Vittorio e Diletta si ritrovarono in strada nel giro di dieci minuti. Camminarono verso il Cinema Statuto quasi senza parlare, sentendo entrambi il peso di quel "brasato della verità" che faticavano a digerire.
Entrati nel buio della sala, l’odore di polvere e di brillantina li accolse come un rifugio. Sullo schermo riproponevano Gli uomini, che mascalzoni... con un giovanissimo Vittorio De Sica che sorrideva e cantava di amori nati tra i filobus di Milano.
Vittorio affondò nella poltroncina di velluto. Diletta gli sedeva accanto, così vicina che lui poteva sentire il calore del suo braccio attraverso il cappotto. Nell'oscurità, lei mosse la mano, sfiorando appena la sua sul bracciolo. Era un segnale, un’attesa muta che chiedeva una conferma dopo quel bacio maldestro a Superga.
Vittorio guardava lo schermo, ma non vedeva De Sica. Vedeva Iride, vedeva Amabile, vedeva Eraldo Scannagatti che lo fissava dalle tenebre del suo passato. Ogni centimetro che accorciava verso la mano di Diletta gli sembrava un tradimento verso sé stesso e verso di lei. Se le avesse preso la mano, se l'avesse baciata ancora lì, nel buio complice, avrebbe firmato un contratto che non poteva onorare.
Così, Vittorio fece quello che sapeva fare meglio: si finse assorto. Ridacchiò alle battute del film, fece un commento sussurrato sulla fotografia, e tenne le mani intrecciate sulle proprie ginocchia, come se fossero due prigioniere che non dovevano assolutamente scappare.
Diletta percepì quel muro invisibile. Ritrasse la mano lentamente, sistemandosi il bavero del cappotto con un gesto che voleva sembrare indifferente ma che tradiva una delusione sottile, una ferita che non faceva sangue ma che bruciava lo stesso.
Quando uscirono, Torino era immersa in una nebbia lattiginosa che confondeva le luci dei lampioni.
«Un bel film, non trovi Vittorio?» disse lei, cercando di ostentare una leggerezza che la sua voce smentiva. «Così allegro, così spensierato. Proprio quello che ci voleva dopo le “prediche” di mia madre.»
Domandandosi quando era stato che avevano cominciato a darsi del tu, le offrì il braccio, ma sentiva che era un gesto vuoto. «De Sica ha talento. Rende tutto così facile.»
«Già. Tutto facile,» ribatté lei, stringendosi nel cappotto. «Basta una canzone e tutto si aggiusta, specialmente quando le parole ci restano in gola.»
Vittorio si fermò sotto un portone. Avrebbe voluto dirle tutto, confessarle che il suo nome era un falso e la sua vita un furto, ma sapeva che se lo avesse fatto, quel legame che lo teneva a galla sarebbe affondato all'istante.
«Diletta... a volte il silenzio è solo un modo per non rovinare quello che c’è di buono.»
Lei lo guardò, e in quell'occhiata Vittorio vide una consapevolezza che lo spaventò. Diletta non era ingenua; aveva capito che c’era una zona d’ombra in quell’uomo, ma aveva deciso di non interrogarla, per paura di trovarci il vuoto.
«Non ti preoccupare,» concluse lei, forzando un sorriso che le illuminò appena gli occhi. «Mia madre ha l'abitudine di correre troppo, ma io so aspettare. È una vita che aspetto …»
Quelle parole gli rimbombavano nella testa mentre tornavano verso via dell'Ospedale camminando su un equilibrio precario, come due funamboli che sanno che la corda sta per spezzarsi ma continuano a guardare avanti, fingendo di godersi lo spettacolo della città che, intorno a loro, sapeva di essere eterna.

47


L’ultima settimana a Torino iniziò con il ritmo monotono di una pioggia sottile che sembrava voler lavare via i colori dai portici. In biblioteca, l’aria era diventata pesante come il piombo. Vittorio lavorava con un furore silenzioso, tenendo la testa bassa sui faldoni del Fondo Villarfocchiardo come se dalla velocità della catalogazione dipendesse la sua stessa vita.
Sentiva però su di sé, costante e fastidioso come un corredo di spilli, lo sguardo di Augusto Onorato. Il Cavalier Passalacqua non era più il complice gioviale delle prime settimane. Seduto alla sua scrivania, si tormentava i baffi osservando Vittorio da sopra le lenti a mezzaluna, con un’espressione in cui la diffidenza lottava apertamente con il senso di colpa. Onorato aveva capito: sua figlia Diletta era tornata da Superga e dal cinema con un’ombra negli occhi che non prometteva nulla di buono. Si sentiva un vecchio sciocco per aver incoraggiato quel "giovane argentino" senza chiedere le credenziali, e ora temeva che il treno che aveva spinto con tanta foga stesse per deragliare, portandosi dietro le speranze di Diletta.
Vittorio, dal canto suo, sentiva la morsa stringersi. La sua mente di archivista, abituata a ordinare la vita degli altri, cercava disperatamente una via d’uscita legale. Sapeva che per contrarre un matrimonio in Italia servivano fiumi di inchiostro: estratti di nascita, certificati di stato libero, pubblicazioni. Documenti che per "Vittorio Rusca" erano solo nebbia. Poteva anche tentare di falsificarli, ma la coscienza gli gridava che un matrimonio costruito su una tomba non avrebbe mai avuto fondamenta. Ogni volta che pensava a Diletta, la vedeva non come una sposa, ma come la vittima di un furto d'identità che lui stesso stava compiendo.
La sera, nella sala comune della pensione, cercò di rompere quella solitudine che lo stava soffocando rivolgendosi al Gamberini. Erano soli davanti a un piatto di ravioli che fumava stancamente.
«Ditemi un po’, Gamberini,» esordì giocherellando col cucchiaio, «voi che siete uomo di mondo... poniamo il caso di un mio caro amico in Argentina. Uno che è dovuto partire in fretta e furia e che ora, qui in Italia, vorrebbe regolarizzare la sua posizione... magari sposarsi. Senza tutti i documenti sottomano, come si dovrebbe muovere?»
Il Gamberini sollevò lo sguardo, pulendosi la bocca con un tovagliolo che aveva visto giorni migliori. Lo fissò per un istante di troppo, con quella sagacia un po' ruvida di chi ne ha viste tante.
«Il vostro amico, Rusca, farebbe bene a mettersi l'animo in pace,» rispose secco. «Qui siamo nel Regno d'Italia, mica nella pampa. Senza carta bollata non si fa nemmeno un funerale, figuriamoci un matrimonio. E se uno le carte non ce le ha perché le ha perse, o peggio, perché non vuole che si veda cosa c'era scritto sopra... beh, allora vuol dire che sta cercando di saltare un fosso che è troppo largo per le sue gambe.»
«Ma ci sarà pure un modo... una dispensa, una testimonianza...» insistette, sentendo un freddo improvviso.
«Ci sono i pasticci, Rusca. E i pasticci finiscono sempre male quando arriva il momento di firmare davanti a un ufficiale dello stato civile. Se il vostro amico tiene alla ragazza, farebbe meglio a dirle la verità. O a ripartire per l'Argentina prima che lo scoprano.»
Non replicò. I ravioli, oltre che freddi erano diventati amari. Capì che il Gamberini, pur non sapendo nulla, aveva centrato il punto: non si può nascere due volte se la prima nascita è ancora lì, incagliata tra le canne di un lago lontano.
Salì in camera trascinando i piedi. La stanza della pensione gli parve improvvisamente minuscola, una cella temporanea prima della condanna. Sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima settimana torinese. Il capolinea era arrivato: restare significava distruggere Diletta; andarsene significava distruggere sé stesso. Ma tra le due rovine, sapeva bene quale avrebbe dovuto scegliere per non diventare, agli occhi di lei, un mascalzone peggiore di quelli del cinematografo.

48


L'ultima notte a Torino ebbe il sapore metallico dell'insonnia. Vittorio passò ore a guardare il soffitto della stanza, ascoltando il respiro della città che fuori, sotto la pioggia, sembrava ignorare che un uomo stava per smontare pezzo dopo pezzo il palcoscenico della sua felicità.
La borsa di cuoio era già pronta accanto alla porta. Poca roba: qualche indumento, e il peso insostenibile di un addio che non poteva essere pronunciato a voce. Si sedette al tavolino, accese la lampada e prese un foglio di carta da lettere. La penna rimase sospesa a mezz’aria per un tempo infinito. Cosa si scrive a una donna a cui si è rubato il cuore usando un nome preso a prestito?
Diletta,
mentre scrivo queste righe, la mia mano trema di una codardia che non sapevo di avere. Me ne vado all’alba, nel modo peggiore in cui un uomo possa andarsene: senza avere il coraggio di guardarti negli occhi. Una parte del mio passato, che credevo sepolta, è tornata a reclamare il suo prezzo e io non posso permettere che le mie ombre oscurino la tua luce. Se restassi, finirei per distruggere ciò che hai di più caro, e questo non me lo perdonerei mai.
Ti prego di credermi: ogni parola che ti ho detto, ogni gesto sotto il cielo di Torino, erano l’unica cosa vera in una vita di finzioni. Ti ho amata con la disperazione di chi sa che il tempo sta per scadere. Perdonami se ti lascio questo vuoto, ma è l'unico modo che ho per proteggerti.
Ringrazia i tuoi genitori per la loro accoglienza e per avermi aperto una porta che non meritavo di varcare. Dì a tuo padre che i suoi indici resteranno per me l'unico ordine possibile nel mio mondo che sta tornando nel caos.
Dimenticami, se puoi. O ricordami come un uomo che ha avuto la fortuna di incontrarti e la sfortuna di non poterti restare accanto.
Addio.
Vittorio
Rilesse quelle righe. Erano meschine, pensò. Erano la prova della sua vigliaccheria. Ma erano anche l'unico scudo che poteva alzare per proteggere Diletta dalla verità. Se le avesse confessato di essere lo Scannagatti di Bellano, l'avrebbe resa complice di un fuggiasco. Meglio passare per un avventuriero argentino senza onore che per un morto che cammina.
Chiuse la busta e vi scrisse sopra il nome e l’indirizzo di lei.
All'alba, la pensione era immersa in un silenzio spettrale. Vittorio scese le scale evitando i gradini che scricchiolavano. In cucina c'era già un vago odore di caffè. Lasciò la lettera sul bancone dell'ingresso, accanto al registro delle presenze insieme al saldo dell’affitto.
Uscì in strada. L'aria era gelida e tagliente. Torino appariva bellissima e indifferente, con i suoi portici che sembravano gallerie di un sogno dal quale era stato appena scacciato. Camminò verso la stazione di Porta Nuova senza voltarsi indietro. Ogni passo che lo allontanava da via dell'Ospedale era un pezzo di pelle che rimaneva attaccato ai muri della città.
Sul treno che lo riportava verso la Lombardia, Vittorio si rannicchiò contro il finestrino appannato. Non era più il "signor Rusca" che saliva a Superga col cappello in mano; era di nuovo lo Scannagatti, ma con un vuoto dentro che nemmeno tutti gli archivi del mondo avrebbero potuto colmare.
Mentre le risaie del vercellese sfilavano veloci, pensò al momento in cui Diletta avrebbe aperto quella busta. Vide Erminia che scuoteva la testa con un trionfo amaro negli occhi e Augusto Onorato che si rifugiava nei suoi indici per non dover guardare il pianto della figlia.
Vittorio chiuse gli occhi. Il fischio della locomotiva coprì il rumore dei suoi pensieri.

49


Augusto posò la lettera sul tavolo tra il burro e la marmellata. Non disse una parola. Erminia la rilesse una volta sola, poi la ripose nella busta con la precisione di chi chiude una pratica fallimentare.
«Dunque è un vigliacco», sentenziò Erminia. La sua voce non tremava; era tagliente come il freddo che saliva dalle cantine. «Un avventuriero con le mani pulite e il cuore di paglia.»
Diletta fissava la busta. Non c’erano lacrime, solo un pallore che le svuotava il viso. La lama era affondata e il taglio era netto: niente sangue, solo un freddo improvviso.
«Ha scritto che voleva proteggermi», mormorò Diletta.
«Si proteggono i bambini e i vecchi, Diletta», ribatté la madre, riprendendo a spalmare il pane con colpi decisi. «Le donne si rispettano. E quest’uomo non ha avuto nemmeno il rispetto di aspettare il caffè per dirti che non era nessuno.»
Augusto si schiarì la voce, ma non ebbe il coraggio di guardare la figlia. «Ho controllato alla pensione. È partito all’alba. Senza lasciare indirizzi, senza lasciare tracce. Come se non fosse mai esistito.»
«Infatti non è mai esistito», concluse Erminia, troncando ogni possibile discussione. «Esisteva un archivista che ci serviva, e ora non c'è più. Diletta, smetti di guardare quella carta. Non è una lettera d'amore, è un certificato di morte. La morte di un'illusione che ci è costata fin troppo brasato.»
Diletta si alzò. La sedia stridette sul pavimento, un rumore sgradevole che ruppe il silenzio della cucina. Guardò i genitori, poi la lettera, poi la pioggia oltre i vetri.
«Hai ragione», disse con una freddezza che sorprese persino Erminia. «È stato un errore di catalogazione. Un volume messo nello scaffale sbagliato.»
Prese la busta, la stracciò in quattro pezzi senza enfasi e la lasciò cadere nel cestino dei rifiuti. Poi uscì dalla stanza. Il sogno era finito, non con un pianto, ma con il rumore secco della carta che si strappa.

50


Milano Centrale era un muto gigante di pietra.
Si fermò al banco del bar per un caffè. Davanti a lui, tra il fumo delle locomotive e il viavai dei passeggeri, si apriva il bivio che aveva immaginato per notti intere. Avrebbe potuto continuare a vagare senza meta. Con quella fortuna messa al sicuro nelle banche svizzere, per Vittorio Rusca nessuna destinazione era preclusa. Poteva diventare un signore qualunque a Marsiglia o un fantasma di lusso a Roma, o ancora andare a vedere com’erano davvero le pampas in Argentina.
Ma poteva anche dimenticarsi di quel passaporto fasullo, tornare ad essere Eraldo Scannagatti da Bellano, tornare a casa e riprendersi la sua vita.
Prima di salire sul treno per Lecco, entrò nei bagni della stazione. Ne uscì trasformato. Aveva acquistato un abito di lino chiaro, una paglietta rigida da villeggiante e un paio di occhiali scuri. Completava l’opera un bastone col pomolo d’argento. Mentre abbandonava la borsa con gli abiti scuri di Vittorio, sentì di aver chiuso un capitolo che non sarebbe mai più stato riaperto.
Il viaggio verso il lago fu il tempo del bilancio. Appoggiato al finestrino, Eraldo guardava la pianura cedere il posto ai primi profili dei monti, e fu spietato con sé stesso. Aveva giocato a fare l'uomo che non era, e Diletta era stata la vittima incolpevole di quella sua inadeguatezza e dei suoi sotterfugi. Come avrebbe spiegato il suo ritorno? Qualcosa si sarebbe inventato. Un’amnesia, contrattempi, cause di forza maggiore …
Quando il treno iniziò a rallentare alle porte di Bellano, un nodo gli strinse la gola, ma lo sciolse subito con un colpo di tosse.
Sulla banchina della stazione, il capostazione passò oltre quel turista distinto senza degnarlo di uno sguardo. Eraldo mosse i primi passi sul cemento, sentendo il rumore del bastone cadere secco nel silenzio del crepuscolo. Era tornato a casa in incognito, un fantasma in abito chiaro pronto a scoprire cosa fosse rimasto del suo mondo.

51


Quel mezzogiorno di una domenica di sole aveva il suono familiare delle campane e l’odore della polenta che usciva dalle finestre. Eraldo camminava verso il centro, la paglietta calata sulla fronte e il bastone che batteva sul selciato. Era un turista tra i tanti, una macchia di lino chiaro che scivolava tra la gente nell’ora dell'aperitivo.
Bellano era come l’aveva lasciata. Se questo da un lato lo rassicurava, dall’altro gli dava la misura di quanto la sua assenza non avesse prodotto la minima incrinatura nei collaudati meccanismi che ne regolavano la vita. Il paese sembrava perfettamente indifferente alla sua assenza.
Si appostò all’angolo della piazza, nell'ombra di un voltone. Il portone di Santa Nazaro si spalancò. Uscì la folla, l’odore di incenso e, infine, loro.
Iride indossava un abito azzurro mai visto. Era radiosa. Al suo braccio, solido e gonfio di boria, camminava il Caimi. Il ragioniere portava il vestito buono e un sorriso di possesso che non ammetteva repliche. Poco dietro, Amabile vigilava sulla coppia con una soddisfazione feroce. Sentì il sangue sparire dal viso. Il suo clamoroso rientro? Tutta cenere. La sedia a capotavola era occupata, il letto rifatto per un altro.
Si voltò bruscamente, quasi temendo che il riflesso degli occhiali lo tradisse. Con un passo che aveva perso ogni eleganza, quasi inciampando nel bastone, puntò verso la parte alta del paese.
Il camposanto era immerso in un silenzio abbacinante. Girò tra le cappelle gentilizie, cercò tra i marmi della famiglia Scannagatti, tra i loculi comuni, tra le croci di ferro. Niente. Sudava sotto la giacca di lino, il respiro corto, il cuore in gola.
Si avvicinò a una donna china a sistemare dei fiori. «Scusi,» chiese con una voce che non riconobbe, «cerco la tomba di Eraldo Scannagatti. Quello annegato.»
La donna non alzò gli occhi. Continuò a recidere gli steli, poi fece roteare l'indice della mano destra verso il muro di cinta, nel punto più lontano, dove l'erba cresceva alta.
Eraldo barcollò. Raggiunse il muro, nella striscia di terra sconsacrata dove il sole non arrivava mai. Era lì: una gobba di terra nuda, senza un fiore, senza un epitaffio. Solo una piccola targa legno con il suo nome e due date, conficcata nel fango.
Rimase a fissare quel pezzetto di legno. La paglietta gli scivolò all'indietro.
«Né tra i vivi, né tra i morti.» disse a sé stesso.
Uscendo incrociò la donna di poco prima che, squadratolo, gli chiese: «Ma lei chi è?» Portò la mano al cappello che sollevò appena, in segno di saluto. : «Un fantasma vestito da turista,» rispose. E si allontanò con passo già più fermo, battendo col bastone sul ghiaietto.

52


Eraldo attese al molo che il lago diventasse nero e che le luci di Bellano si diradassero. Aspettò che l’ultima domenica della sua vecchia vita finisse di consumarsi tra i rumori delle stoviglie e i passi stanchi di chi rientrava a casa. Quando fu certo che l’osteria del Ginetto non fosse più che una penombra abitata da un solo uomo, si mosse.
Entrò senza fare rumore, ma il picchiettio del bastone sul pavimento di legno fu sufficiente a far sollevare il capo all’oste. Ginetto stava pulendo i bicchieri, lo straccio che girava meccanico nel vetro. Si bloccò. Lo riconobbe senza ombra di dubbio appena ebbe varcata la soglia e posò il bicchiere con una lentezza innaturale.
«Eraldo», disse solo, con una voce che sembrava venire da sotto un palmo d'acqua. Eraldo si avvicinò al banco e vi appoggiò il bastone. «Un bianco, Ginetto. Ma che sia freddo.»
L’oste versò il vino. La bottiglia tremò appena contro l’orlo del bicchiere. «Ti hanno cucito addosso quella morte, ti hanno abbandonato contro il muro dei suicidi e alla fine ti hanno dimenticato,», mormorò Ginetto, quasi parlasse a sé stesso. «Ma a me i conti non son mai tornati e non chiedermi perché.»
Bevve un sorso corto, assaporando l’aspro del vino di casa. «Hanno fatto bene, Ginetto. Il posto è quello giusto.»
«E adesso? Cosa fai? Vai a casa? Quando ci metti piede, il Caimi ci rimane secco e tua moglie pure. La vecchia non so. Non ha un’anima quella.»
Guardò il fondo del bicchiere. «Non vado da nessuna parte. Sono passato a vedere se il mondo girava ancora. Gira benissimo, come sai.» Ginetto si appoggiò al bancone, studiando quella figura in abito chiaro che pareva fatta di nebbia. «Non torni più.» Non era una domanda.
«Uno che ha visto la propria tomba non può più dormire nel suo letto», rispose Eraldo. Posò sul legno le monete esatte per il vino. Non un soldo di più. «Grazie, Ginetto.» L'oste annuì lentamente. Prese le monete e le infilò nel cassetto della cassa. Il rumore del metallo fu l'unico addio.
Eraldo riprese il bastone, si sistemò la paglietta e si avviò verso l'uscita. Sulla porta si fermò un istante, senza voltarsi. «Non dire che mi hai visto. Dì solo che stasera il vento del lago faceva strani scherzi.»
Uscì nel buio verso la stazione. Il bastone batteva regolare sul selciato, un suono che si faceva sempre più debole, fino a scomparire nel silenzio della notte bellanese.

53


Milano Centrale era un alveare di ferro che ribolliva sotto la volta immensa. Tra il fumo acre delle locomotive e il rimbombo dei passi, un uomo in abito di lino chiaro si muoveva senza fretta, come se il caos della stazione fosse solo un rumore di fondo.
Si fermò al centro dell’atrio, proprio sotto i grandi tabelloni delle partenze. La paglietta era leggermente inclinata, gli occhi rivolti verso l'alto, a seguire il frenetico scatto dei cartellini neri che componevano e scomponevano i nomi delle città.
Roma. Parigi. Genova. Marsiglia.
Rimase lì a lungo, immobile, appoggiato al bastone col pomolo d'argento. Attorno a lui la vita correva, urtava valigie, si abbracciava e si perdeva, ma lui sembrava occupare uno spazio tutto suo, un vuoto d'aria dove nessuna destinazione aveva più peso.
Come era venuto, se ne andò e nessuno lo vide più.

Epilogo


Torino non aveva mai perso il suo ritmo di portici e passi misurati. Diletta camminava verso via dell'Ospedale, con la borsa della spesa che le pesava su un braccio.
Si fermò davanti al portone e fu allora che accadde. Non un rumore, ma un improvviso spostamento d’aria, come se qualcuno fosse passato molto vicino, sfiorandole appena il vestito. Diletta si bloccò con la chiave a mezz'aria. C'era nell'aria un sentore di carta antica e qualcosa che somigliava al tabacco dolce. Si voltò di scatto.
La via era deserta. Solo un soffio di vento sollevava polvere dal selciato e, in fondo alla strada, il riverbero del sole su una vetrina pareva tremare.
Rimase immobile a fissare il vuoto, col respiro sospeso. Poi, distintamente, dal fondo del marciapiede, giunse un suono secco, ritmato. Toc. Toc. Toc. Come un legno che batte sulla pietra. Diletta tese l'orecchio, ma il rumore era già svanito nel frastuono di un tram in arrivo. Guardò ancora una volta l'angolo della strada, poi abbassò gli occhi, infilò la chiave nella toppa, entro e riaccostò il portone dietro di sé.

Andata e Ritorno - Parte 4 testo di sergiomis
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